Gli altri: giudici, alleati o estranei?

Come ti relazioni?

Comunque la mettiamo, la relazione con gli altri è una necessità imprescindibile al nostro benessere esistenziale. Eppure, ciascuno di noi sceglie di vivere in modo diverso questa necessità, procurandosi a volte non poca infelicità. Ai due estremi c’è chi dice, citando un personaggio di una favola di R. Kipling: “Io sono il gatto, che se ne va tutto solo e non ha bisogno di nessuno” e chi, invece, si sente smarrito e abbandonato quando immagina di non essere sempre accettato e approvato.

È facile constatare che nessuno di questi modi di porsi ci permette di vivere in modo sereno. E non dimentichiamo che raggiungere uno stato di serenità (che si avvicina così tanto alla felicità!) è la meta principale verso la quale la parte più profonda di noi ci spinge. Chi non sogna di “vivere in pace”, spesso intendendo con questo l’avere denaro, il compagno ideale e, perché no, una bella macchina, una seconda casa e sì, certo, ovviamente la salute! Tutti questi sono desideri più che legittimi, anzi certamente auspicabili, ma se osserviamo da vicino chi ci sembra aver raggiunto le mete dei sogni, scopriamo con stupore di non trovare persone felici e serene. Ciò avviene perché pensiamo di sostituire con risultati che provengono dall’esterno la realizzazione delle nostre “pulsioni naturali”, quelle spinte generiche, ma fondamentali, di cui la Natura ci ha corredato per permettere, soddisfacendole, di raggiungere il vero benessere interiore. E, di conseguenza, tutto il resto verrà più facilmente.

Le pulsioni sono quattro: 

  • Sopravvivenza
  • Appartenenza
  • Evoluzione/Conoscenza
  • Autorealizzazione

La prima è la più ovvia e comprensibile: se non ci garantiamo la sopravvivenza, il discorso si chiude da sé!

La pulsione di appartenenza

Arriviamo così alla pulsione di appartenenza, proprio quella che riguarda la sfera delle relazioni.

Partiamo col dire che i legami affettivi, l’appartenere a un gruppo, sono stati un fattore determinante per la sopravvivenza ai primordi dell’umanità, fino a un passato non troppo lontano: chi era mal giudicato o escluso dal gruppo, non aveva possibilità di sopravvivere in un mondo ostile, era come un condannato a morte.

Si è così radicata nel nostro inconscio la paura atavica di essere rifiutati.

È importante conoscere da dove ci deriva quella paura del giudizio degli altri, perché solo con la consapevolezza si riesce ad arrivare a dissolverla. Certamente, quindi, è un campanello di allarme, che suona in automatico e viene da molto lontano. Ma negli ultimi 100.000 anni ne abbiamo fatta di strada! E il tratto più consistente è stato percorso proprio negli ultimi 50 anni: abbiamo oggi la fortuna di vivere in un momento storico in cui l’individualità e la ricchezza interiore di ciascuno sono molto valorizzate.

Da dove ci viene, allora, questo disagio molto comune di temere il giudizio degli altri?

Ancora una volta occorre guardarsi dentro per conoscere i nostri meccanismi. In genere viene da un’autosvalutazione, dal ritenere di non valere abbastanza e, soprattutto, dall’assegnare agli altri un potere che non compete loro.

Trovare reciprocità ai nostri slanci affettivi, al nostro concedere fiducia, alla stima che dimostriamo, abbiamo visto che è sì fondamentale per il nostro benessere esistenziale, ma questo non significa rinunciare a credere in noi, nel nostro valore: soprattutto conta capire che non è possibile né tantomeno indispensabile piacere a tutti.

Partiamo dall’autostima

Nel momento in cui saremo più sicuri del nostro valore, acquisiremo una serenità e una fermezza, che attireranno le persone giuste. Riflettiamo anche sul fatto che chi sente il bisogno di giudicare, di attaccare etichette, di sentirsi superiore, perché migliore, in genere sta esprimendo, senza saperlo, un giudizio su se stesso piuttosto che su di noi.

In conclusione, mettiamo il mondo affettivo/relazionale in cima alle nostre priorità, ma senza rinunciare alla nostra autonomia di pensiero e a una sana autostima.

A proposito, vi interessa sapere come è andata a finire la storia del gatto di Kipling? Beh, ha messo in atto un’astutissima strategia per riuscire a entrare a far parte del nucleo famigliare che sembrava così disprezzare: anche per lui il soddisfacimento della pulsione di appartenenza è stato fondamentale per il suo benessere.

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