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Più tardi, domani… mai: la procrastinazione

Più tardi, domani... mai: la procrastinazione

Cos’è la procrastinazione

Non sempre essere in ritardo nel fare le cose significa essere dei procrastinatori. Anche se organizziamo nei dettagli la nostra giornata, possono capitare degli imprevisti (anche più di uno!) che ci costringono a rimandare alcuni punti della nostra “To do list”.

Cos’è allora la procrastinazione? È il rimandare volontariamente dei compiti o delle azioni da svolgere, malgrado sappiamo benissimo che non portarli a termine può danneggiare (a volte anche gravemente) la nostra prestazione, spesso con delle conseguenze nella nostra situazione generale.

Insomma, sto procrastinando, quando rimando un’azione, semplicemente perché non ho voglia di affrontarla. Per molte persone questo atteggiamento diventa una vera e propria abitudine di vita: quasi senza accorgersene, di fronte a un compito, automaticamente lo rimandano e le motivazioni che si inventano per giustificare tutto ciò sono spesso molto fantasiose.

Alla base di questo atteggiamento ci sono diverse cause, che si intrecciano fra loro, e proprio per questo non è sempre facile dissolvere la tendenza alla procrastinazione.

A prima vista, la causa più evidente è la mancanza di consapevolezza nella gestione del tempo. Nella nostra immaginazione ci figuriamo di avere a disposizione un tempo molto maggiore di quello che realmente abbiamo per portare a termine il nostro compito e in più siamo magicamente sicurissimi che nessun imprevisto verrà a scompaginare i nostri progetti, cosa che invece puntualmente accade, perché… la vita è così!

Le conseguenze

Quando poi ci troviamo con l’acqua alla gola, ecco che siamo assaliti dall’angoscia e dal senso di colpa e ci chiediamo il motivo per cui abbiamo così sottovalutato il compito che avevamo davanti. Tutto ciò porta un pesante disagio esistenziale, con questa strana altalena: prima, sovrastimiamo le nostre capacità e possibilità, poi, di fronte alle difficoltà, cadiamo nello sconforto e registriamo un vero e proprio crollo dell’autostima, che, a lungo andare, diventa pervasivo.

Rimandiamo, perché pensiamo di dover affrontare un compito troppo difficile per noi e siamo paralizzati dall’idea del fallimento.

Rimandiamo, quando dobbiamo fare delle analisi mediche, che potrebbero predire delle malattie gravi e pericolose per la nostra sopravvivenza e qui siamo paralizzati dalla paura di questa prospettiva.

Rimandare in fondo è appagante: abbiamo l’impressione come di annullare un problema, con la conseguenza di tranquillizzarci. In realtà questa è un’illusione di breve durata, che porta con sé una carica di stress molto maggiore di quella che vogliamo allontanare: il fantasma di una prestazione difficile, di un incontro spiacevole, di una malattia possibile, ci perseguita con il suo carico di reazioni emotive molto sgradevoli.

A ciò si aggiunge un senso di inadeguatezza e un crollo dell’autostima.

Alcuni suggerimenti

Cosa fare, allora?

Abbiamo visto che la tendenza a procrastinare è come un mosaico formato da differenti tessere, che è necessario affrontare una per una.

Per contrastare la “pigrizia” che ci impedisce di agire, è utile stabilire un obiettivo minimo, con un basso impatto emotivo, ma che dia il “la” per iniziare: a volte basta fare il primo passo, che ci fa uscire da quell’erronea “zona di confort” per farci capire che il compito che abbiamo davanti non è poi così spiacevole. Ricordiamoci di quel famosissimo aforisma di Lao Tsu: “Un viaggio di mille miglia incomincia sempre con il primo passo”!

È poi importante affrontare l’aspetto emotivo e qui viene ancora una volta in aiuto una sincera autoanalisi: diventare consapevoli di quali emozioni (paura? mancanza di autostima? timore del giudizio degli altri?) si nascondono dietro l’esigenza di procrastinare, è di fondamentale importanza per accettarle e quindi dissolverle.

Un percorso di Counseling in Analisi Transazionale può sicuramente essere d’aiuto per affrontare questa problematica, sentendosi accompagnati e sostenuti.

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Permettersi di dire di no

Permettersi di dire di no

La paura di dire di no

Ma quanto può essere difficile a volte dire di no!

Anzi, per alcuni pare proprio sia quasi impossibile, perché si ha l’impressione che dire di no significhi alzare una barriera contro l’altro, con la conseguenza di correre il rischio di autoisolarsi.

Quando poi non entrano in gioco, a peggiorare la situazione, i sensi di colpa, che ci fanno sentire egoisti e poco generosi. Anche in questo caso ci mette lo zampino quell’emozione così pervasiva e condizionante che è la paura.

Dire sempre di sì alle richieste degli altri, mettere le nostre necessità in fondo alla scala delle priorità, spesso è generato dalla paura che un nostro no ci porti a essere rifiutati e allontanati. Ma, a ben guardare, siamo proprio sicuri di non sovrastimare le conseguenze nefaste di un nostro no? E che, magari, non mostrarsi sempre disponibili e compiacenti non susciti al contrario una maggiore considerazione nel nostro interlocutore?

Rivalutare se stessi

Infatti, far capire che non si è sempre pronti a compiacere alle richieste significa dare il messaggio che anche noi siamo importanti e che diamo valore al nostro tempo e alle nostre opinioni. Rinunciare a fare quello che veramente vogliamo e che ci fa piacere, col tempo ci porterà una sensazione di malessere e una diminuzione dell’autostima: di volta in volta si rischia di alimentare quella sotterranea sensazione di essere cercati per quello che facciamo, per la nostra “utilità” e non perché sia veramente apprezzato quello che siamo.

Senza contare che si accresce la tristezza generata dalla constatazione che ciò che facciamo viene dato per scontato e che quindi non riceve la giusta considerazione. Considerazione che, inconsciamente, sappiamo di meritare, perché, per dire di sì all’altro, abbiamo detto di no a noi.

E qui sta il punto: rispettare i nostri desideri, il nostro tempo, le nostre forze significa dare rispetto e valore a noi stessi, significa non essere più invisibili sia a noi sia, di conseguenza, agli altri.

Balza subito all’occhio una contraddizione: desideriamo essere cercati, amati, accettati per quello che siamo, ma, dicendo sempre di sì, finiamo per non mostrare il nostro vero volto, non consentiamo agli altri di conoscerci veramente, di capire ciò che vogliamo e ciò che ci piace. Smettiamo allora di avere paura del giudizio degli altri (spesso motivato solo dal disappunto di non ottenere un’agevolazione) e permettiamoci di essere noi stessi.

Come dire di no

Certamente le prime volte sarà difficile e sarà necessario fare un po’ di allenamento. Non c’è bisogno di essere troppo decisi, ma neppure di fornire eccessive giustificazioni.

Per declinare un invito basterà dire: “Grazie, mi sarebbe piaciuto, ma ho un altro impegno”. Sarà maggiormente apprezzata la nostra presenza la volta successiva.

Per rifiutare una proposta che non ci convince, possiamo dire in modo educato, ma convincente: “Mi spiace, ma preferisco rifiutare” oppure “in questo momento mi è proprio impossibile”.

E per finire c’è la risposta jolly, che può essere facilmente usata anche dai più restii: “Grazie, ci penserò”.

Prendere tempo renderà più facile in seguito dire di no.

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Gli altri: giudici, alleati o estranei?

Gli altri: giudici, alleati o estranei?

Come ti relazioni?

Comunque la mettiamo, la relazione con gli altri è una necessità imprescindibile al nostro benessere esistenziale. Eppure, ciascuno di noi sceglie di vivere in modo diverso questa necessità, procurandosi a volte non poca infelicità. Ai due estremi c’è chi dice, citando un personaggio di una favola di R. Kipling: “Io sono il gatto, che se ne va tutto solo e non ha bisogno di nessuno” e chi, invece, si sente smarrito e abbandonato quando immagina di non essere sempre accettato e approvato.

È facile constatare che nessuno di questi modi di porsi ci permette di vivere in modo sereno. E non dimentichiamo che raggiungere uno stato di serenità (che si avvicina così tanto alla felicità!) è la meta principale verso la quale la parte più profonda di noi ci spinge. Chi non sogna di “vivere in pace”, spesso intendendo con questo l’avere denaro, il compagno ideale e, perché no, una bella macchina, una seconda casa e sì, certo, ovviamente la salute! Tutti questi sono desideri più che legittimi, anzi certamente auspicabili, ma se osserviamo da vicino chi ci sembra aver raggiunto le mete dei sogni, scopriamo con stupore di non trovare persone felici e serene. Ciò avviene perché pensiamo di sostituire con risultati che provengono dall’esterno la realizzazione delle nostre “pulsioni naturali”, quelle spinte generiche, ma fondamentali, di cui la Natura ci ha corredato per permettere, soddisfacendole, di raggiungere il vero benessere interiore. E, di conseguenza, tutto il resto verrà più facilmente.

Le pulsioni sono quattro: 

  • Sopravvivenza
  • Appartenenza
  • Evoluzione/Conoscenza
  • Autorealizzazione

La prima è la più ovvia e comprensibile: se non ci garantiamo la sopravvivenza, il discorso si chiude da sé!

La pulsione di appartenenza

Arriviamo così alla pulsione di appartenenza, proprio quella che riguarda la sfera delle relazioni.

Partiamo col dire che i legami affettivi, l’appartenere a un gruppo, sono stati un fattore determinante per la sopravvivenza ai primordi dell’umanità, fino a un passato non troppo lontano: chi era mal giudicato o escluso dal gruppo, non aveva possibilità di sopravvivere in un mondo ostile, era come un condannato a morte.

Si è così radicata nel nostro inconscio la paura atavica di essere rifiutati.

È importante conoscere da dove ci deriva quella paura del giudizio degli altri, perché solo con la consapevolezza si riesce ad arrivare a dissolverla. Certamente, quindi, è un campanello di allarme, che suona in automatico e viene da molto lontano. Ma negli ultimi 100.000 anni ne abbiamo fatta di strada! E il tratto più consistente è stato percorso proprio negli ultimi 50 anni: abbiamo oggi la fortuna di vivere in un momento storico in cui l’individualità e la ricchezza interiore di ciascuno sono molto valorizzate.

Da dove ci viene, allora, questo disagio molto comune di temere il giudizio degli altri?

Ancora una volta occorre guardarsi dentro per conoscere i nostri meccanismi. In genere viene da un’autosvalutazione, dal ritenere di non valere abbastanza e, soprattutto, dall’assegnare agli altri un potere che non compete loro.

Trovare reciprocità ai nostri slanci affettivi, al nostro concedere fiducia, alla stima che dimostriamo, abbiamo visto che è sì fondamentale per il nostro benessere esistenziale, ma questo non significa rinunciare a credere in noi, nel nostro valore: soprattutto conta capire che non è possibile né tantomeno indispensabile piacere a tutti.

Partiamo dall’autostima

Nel momento in cui saremo più sicuri del nostro valore, acquisiremo una serenità e una fermezza, che attireranno le persone giuste. Riflettiamo anche sul fatto che chi sente il bisogno di giudicare, di attaccare etichette, di sentirsi superiore, perché migliore, in genere sta esprimendo, senza saperlo, un giudizio su se stesso piuttosto che su di noi.

In conclusione, mettiamo il mondo affettivo/relazionale in cima alle nostre priorità, ma senza rinunciare alla nostra autonomia di pensiero e a una sana autostima.

A proposito, vi interessa sapere come è andata a finire la storia del gatto di Kipling? Beh, ha messo in atto un’astutissima strategia per riuscire a entrare a far parte del nucleo famigliare che sembrava così disprezzare: anche per lui il soddisfacimento della pulsione di appartenenza è stato fondamentale per il suo benessere.

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Speranza vs illusione

Speranza vs Illusione

La necessità della speranza

Mai come in questo periodo ci sentiamo spronati a sperare: si è provato a cantare sui balconi, dandosi appuntamento, per sentirci in qualche modo uniti, anche se lontani, a volte anche dagli affetti più cari; abbiamo visto ovunque, per strada, alle finestre, sui social, cartelli con scritto “Tutto andrà bene!”. Eh sì, perché l’uomo ha sempre, e in particolar modo nei momenti più difficili, il fortissimo bisogno di sperare, per poter andare avanti. Avere speranza ci dà forze particolari, come la capacità di persistere, quando la fiducia inizia a vacillare, e la fermezza necessaria per superare gli ostacoli.

A questo punto, conosco bene la reazione delle persone più razionali, quelle che dicono di avere i piedi ben piantati per terra: “Figuriamoci! Tutte sciocchezze! Siamo in una tragedia epocale! Soli gli illusi possono sperare, è già tanto uscirne vivi”. E d’altronde, anche la saggezza popolare dei proverbi non dice: “Chi di speranza vive, disperato muore”?

Ecco che siamo arrivati al punto: ho parlato di speranza, non di illusione! Vediamo insieme le differenze. Anche se può apparire strano è proprio il modo in cui si considera la realtà a diversificare la speranza dall’illusione.

La principale caratteristica di chi si illude, infatti, è quella di non accettare la realtà: ci si crea allora una realtà parallela, più rassicurante, consolatoria, in un certo senso magica. Magica perché, partendo da un sogno, costruisco la mia visione del futuro su un errore, vale a dire su come mi figuro stiano le cose e non su come stanno veramente. I motivi che spingono a fare ciò possono essere molti, ma, a mio avviso, il principale è la paura, paura di non riuscire a reggere emotivamente ciò che mi circonda, paura di non possedere gli strumenti necessari per poter superare una difficoltà concreta. Così è più comodo mascherarla. È evidente che questa strada non porta da nessuna parte, o meglio, porta alla rovina, alla disillusione, con conseguente crescita della paura e della paralisi che ne consegue.

La forza della speranza

La speranza, invece, parte proprio dalla realtà.

Chi è capace di sperare sa che la realtà non ha un’interpretazione univoca e oggettiva, come i cosiddetti realisti credono, bensì ciascuno di noi legge i fatti che si trova a vivere con il proprio personalissimo paio di lenti colorate. E il colore è dato dalla nostra storia, dalle nostre credenze, dai condizionamenti in cui siamo cresciuti.

Chi spera parte da questa consapevolezza e si impegna a vedere gli aspetti costruttivi di ogni situazione e fa leva su questi per delineare il suo futuro. Quindi la speranza è una forza dinamica, che attiva tutte le nostre capacità.

Chi spera non vuole annientare le emozioni spiacevoli, come vorrebbe chi si illude, ma le fa convivere con quelle positive e trova il modo di far prevalere queste ultime.

Chi spera è un ottimista, cioè percepisce la situazione negativa come una sfida da affrontare con coraggio e determinazione: si rende conto che non va tutto bene (come pensa l’ottimista ottuso), ma confida di essere in grado di sistemare le cose al meglio, imparando dalla situazione difficile nuove abilità.

E allora, come si può rinunciare a sperare?

Non voglio dimenticare l’estrema obiezione dei più irriducibili: “Ma il mondo va così male, che il mio agire è ininfluente per cambiare la situazione!”.

Di fatto non funziona proprio così: pensate a cosa accadrebbe se ciascuno di noi passasse da osservatore critico e disperato dei mali del mondo a fare con impegno del proprio meglio per migliorare il piccolo mondo intorno a sé. Questa è la chiave e l’unica vera arma che abbiamo a disposizione, e che ci permette di uscire dalla modalità di vittima per tornare a essere protagonisti del nostro presente.

Sicuramente tutto cambierebbe e questa è la sfida che il virus Covid 19 ci invita a cogliere!

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Allenarsi alla felicità

Allenarsi alla felicità

Si può imparare la felicità?

Felicità, parola magica! Ne abbiamo tutti talmente necessità, che basta vederla proposta sulla copertina di un libro o nella programmazione di “miracolosi” corsi di crescita personale, per esserne stregati, come dal canto delle Sirene. Ma questa giusta e sana attrazione verso una condizione di vero benessere, entusiasmo, proattività, genera talvolta un po’ di confusione riguardo a cosa sia necessario per raggiungerla e quali abilità sia importante sviluppare.

Eh sì, perché a volte capita di sentirsi veramente felici, di “toccare il cielo con un dito”, come si suol dire, ma poi… diminuisce, passa. Questa dinamica, anche se ci può sembrare sgradevole, in realtà è molto utile, perché ci porta a desiderare di nuovo di fare qualcosa per raggiungere nuovamente la felicità. È un’esigenza talmente sentita che, anche se in due contesti molto diversi, sono stati aperti due corsi universitari per “imparare come essere felici”. Il primo, nel 2018, che ha suscitato un enorme scalpore sia per l’incredibile numero di iscritti (1200), sia per l’università che l’ha proposto: niente meno che l’antico e prestigiosissimo College di Yale! Il secondo, l’anno dopo, a Torino, nella facoltà di Infermieristica.

Ma ha senso andare a scuola per imparare a essere felici? In genere si pensa che la felicità sia legata alla realizzazione dei propri desideri, condita con una buona dose di fortuna e che, senza le condizioni esteriori giuste, non si può essere felici.

In realtà, una delle intuizioni chiave della Psicologia Positiva, scuola psicologica guidata dal prof. Martin Seligman, è che la felicità e la soddisfazione sono fortemente accresciute mediante l’allenamento di alcune virtù cardine. I due docenti universitari, l’americana prof. Laurie Santos e l’italiano prof. Andrea De Giorgio hanno posto l’attenzione su due in particolare: la resilienza e la gratitudine.

 

Resilienza e gratitudine

Secondo la prof. Santos, per essere felici bisogna innanzitutto imparare a essere forti: ecco il significato della resilienza, cioè sapersi rialzare dopo una caduta, limitare e prendere le distanze dalla tristezza causata da un insuccesso, trovare sempre la motivazione per perseguire i propri obiettivi, nonostante gli ostacoli. Visto che non abbiamo il controllo sugli avvenimenti della nostra vita, è indispensabile attrezzarsi per affrontarli nel modo migliore possibile: se impariamo a trattare delusioni, insuccessi e frustrazioni, riduciamo considerevolmente l’infelicità e, di conseguenza, saremo felici per periodi più prolungati.

In più il segreto per mantenere più a lungo la felicità è la gratitudine. Di fatto, diamo tutto per scontato e finiamo per non dare valore a tutto ciò che ci circonda, limitando l’emozione e la gioia solo per gli eventi particolarmente significativi. Se provassimo a immaginare di privarci per un po’ di qualcosa anche di molto comune, ma che fa parte del nostro quotidiano, capiremmo l’importanza di dare valore a ciò che abitualmente abbiamo. Sto parlando, per esempio, dell’acqua calda per la doccia, di uno sfizio goloso, della presenza di un amico sincero. Per il neuroscienziato Andrea De Giorgio bisogna allenare la mente ad apprezzare anche le piccole cose.

 

Una “ricetta” personale

Ed ora, dopo tante illustri citazioni, vi propongo la mia ricetta, che suggerisco spesso ai miei clienti: teniamo sul comodino un piccolo quaderno e prendiamo l’impegno di scrivere ogni sera tre cose avvenute nella giornata per cui siamo grati. È il Diario della Gratitudine, la prova nero su bianco che, se solo prestiamo attenzione, abbiamo tanti motivi di felicità.

Sento sorgere da più parti l’obiezione:

“Ci mancherebbe altro, considerarmi fortunato per avere cose così banali e quotidiane, con tutto quello che mi manca!”

Ecco, qui sta proprio l’errore: non si tratta certo di rassegnarsi a fare a meno di raggiungere gli obiettivi che desideriamo, ma di creare delle solide fondamenta di serenità sulle quali poter più agevolmente costruire il futuro che vogliamo. E chissà che magari, essendo più tranquilli, non arriviamo a modificare (non al ribasso, certo!) alcuni nostri obiettivi, rendendoli più consoni a ciò che veramente chiede il nostro Sé profondo.

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Emozioni: amiche o nemiche?

Emozioni: amiche o nemiche?

Perché le emozioni ci spaventano

 

Perché siamo spesso così in difficoltà di fronte alle emozioni? Forse perché, mentre le viviamo, mettiamo a nudo la parte più spontanea e indifesa di noi. E così scatta il timore del giudizio degli altri, che ci possono allora vedere come veramente siamo, senza quella maschera, o meglio, collezione di maschere, che spesso indossiamo quando siamo fra gli altri, tutti gli altri, a volte persino in famiglia.

Per non parlare poi del posto di lavoro, dove manifestare le proprie emozioni è addirittura un tabù: la prima regola è: “Mai mostrarsi in difficoltà”. Ecco che allora sorge un malessere esistenziale, una fatica nelle relazioni e, a volte, persino una difficoltà nello svolgere le proprie mansioni. Questo perché il comportamento di ciascuno di noi è determinato dalle emozioni e persino dalla loro negazione. Avete presente quelle persone tutte d’un pezzo, iper razionali, che vanno diritte alla meta senza guardare in faccia a nessuno? Ebbene, sono così spaventate anche solo dalla possibilità di uno scombussolamento interiore, che imparano presto a reprime i propri sentimenti e nel corso della vita arrivano al punto di credere veramente di non provarli più.

Il fatto è che, anche se la repressione emotiva sembra funzionare perfettamente anche per anni, ad un certo punto ci troviamo a sperimentare un profondo disagio interiore, quando addirittura non compaiano tutti quei segni che indicano l’avvicinarsi di un esaurimento psico-fisico.

Nessuna emozione è “negativa”

 

Questo avviene perché le emozioni sono una forma di energia e, come tale, non può essere distrutta, ma solo trasformata. E sono un’energia molto potente, che la Natura ci ha regalato come risposta comportamentale prerazionale, immediata, per proteggerci nelle varie vicende della vita. Proprio per questo, non ostante nel pensiero comune si ritenga il contrario, non esistono emozioni “negative”, ma sono tutte (paura, rabbia, tristezza) utili, in quanto spie d’allarme che ci indicano che qualcosa di negativo sta accadendo.

Ecco allora che, proprio come non penseremmo mai di disattivare l’accensione delle spie di controllo dal cruscotto della nostra automobile, ma ci dà sicurezza sapere che ci forniscono l’indicazione di come risolvere un problema, così è importante imparare ad ascoltare le nostre emozioni, tutte, anche quelle sgradevoli, in modo da procedere più consapevoli e forti nella vita.

Nell’analisi delle funzioni della personalità (Stati dell’Io: vedi articolo Counseling in Analisi Transazionale), che ci offre l’Analisi Transazionale, vediamo che le emozioni appartengono allo Stato dell’Io Bambino e, come abbiamo visto, ben vengano!  Ma per una corretta gestione delle emozioni occorre affidarne il controllo allo Stato dell’Io Adulto, che con le sue doti di riflessione e di analisi dei dati riesce a trovare la risposta comportamentale migliore per sé e per gli altri: questa è proprio l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di comprendere (e quindi gestire al meglio) ed esprimere i sentimenti propri e di chi ci circonda.

Finora abbiamo parlato di emozioni come spie d’allarme: vi do appuntamento al prossimo articolo dove parleremo di gioia e felicità. Finalmente!

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Ben essere per ben fare: un abbinamento vincente

Ben essere per ben fare: un abbinamento vincente

Perché il Counseling

 

Ad integrare e potenziare gli interventi di Coaching in azienda, sempre più utile si rivela il ruolo del Counseling, per la sua specificità di intervento sulla persona, di conseguenza estendibile al mondo aziendale.

Se infatti il Coaching ha come obiettivo la motivazione e l’utilizzo di strumenti per raggiungere una migliore efficienza professionale, incentivando la capacità produttiva della persona (area del fare), il Counseling la conduce in un percorso finalizzato alla scoperta dei propri punti di forza e delle aree di miglioramento, così da dissolvere le credenze limitanti e disfunzionali che inibiscono la piena espressione del proprio essere sul piano esistenziale e quindi lavorativo: si tratta infatti di portare alla luce quelle qualità già possedute, ma non ancora utilizzate a causa delle scelte che via via abbiamo fatto fin dalla primissima infanzia, per elaborare il nostro piano di vita (area dell’essere).

Si può comprendere facilmente come il ben-essere dei dipendenti, inteso come la qualità della loro vita e il sentirsi bene con se stessi, incida in modo significativo anche sulle motivazioni professionali, sulle prestazioni e quindi sulla produttività.

Un intervento però solo motivazionale su uno specifico ambito professionale o personale rischia di perdere facilmente efficacia, dopo un primo momento di entusiasmo e di carica propulsiva, se alla base non c’è un lavoro proprio in quelle aree di difficoltà personale che hanno motivato la richiesta di un intervento di coaching.

Counseling a orientamento analitico transazionale

La peculiarità del Counseling è quella di offrire ascolto, di instaurare un rapporto di fiducia, di creare insomma una sorta di alleanza con il cliente, che lo porti ad individuare le proprie risorse interiori per risolvere un momento specifico di impasse. A questo proposito significativa è la definizione che ne dà lo psicologo olandese Adrian Van Kaam: “Counseling deve essere prima di tutto un incontro umano. Un incontro autentico ci fa fare l’esperienza di una vera premura reciproca. Incontro significa partecipare alla vita dell’altro, condividere il suo modo di essere nel mondo”.

In particolare, il Counseling a orientamento analitico transazionale trae la sua efficacia dall’utilizzo di alcuni strumenti dell’Analisi Transazionale (A.T.) e dall’adesione ai suoi valori fondanti. Eric Berne negli anni ’50 mise a punto questa scuola psicologica che promuoveva i concetti di Okness, vale a dire una visione positiva di sé, degli altri e del mondo, di assunzione di responsabilità per le esperienze che ci troviamo a vivere, di autonomia individuale e di cambiamento.

Se è facilmente intuibile il fatto che il Metodo prevede l’Analisi della personalità, del piano di vita e delle motivazioni di ciascuno, può essere interessante chiarire il significato di Transazionale: per transazione si intende “l’unità di messaggio di andata e ritorno”, cioè lo scambio reciproco che avviene nella comunicazione tra due individui. Questa esperienza relazionale non solo evidenzia le caratteristiche dello “scambio”, ma permette anche di portare alla luce il mondo interiore di ciascuno e si configura dunque come “ponte tra l’intrapsichico e l’interpersonale”. E questo è il punto centrale della metodologia berniana, paragonabile a un “Giano bifronte assiso al confine tra il dentro e il fuori degli individui che comunicano” (Miglionico).

È molto importante quindi dissipare la confusione che spesso si riscontra e che vede quasi sovrapporre i due tipi di intervento, accomunandoli sotto la dicitura di una generica relazione d’aiuto: chiarita una volta per tutte la diversità di sfera di azione, metodologia e problematiche trattate, appare evidente come Counseling e Coaching possano e debbano integrarsi nelle proposte di welfare aziendale.

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Non è mai troppo tardi!

Non è mai troppo tardi!

   Quante volte nel corso della vita ci siamo trovati a ripercorrere scelte, reazioni e stati d’animo, quasi non ci fosse altra possibilità, anche se, razionalmente, ci rendevamo conto di quanto spesso fossero disfunzionali!

   Questo capita quando si agisce spinti da una sorta di automatismo, senza essere consapevoli dei modelli di comportamento che inevitabilmente abbiamo assorbito da piccoli e così ci si ritrova condannati a ripeterli con crescente disagio esistenziale e sofferenza.

   È fin troppo ovvio constatare che ciascuno di noi è frutto dei condizionamenti che ha subito dalla nascita, ma è molto utile e interessante  rivedere questo assunto alla luce della teoria del COPIONE, elaborata negli anni cinquanta dallo psicologo canadese Eric Berne, creatore dell’Analisi Transazionale. Berne sottolinea che fin dai primissimi momenti di vita prendiamo inconsciamente delle DECISIONI che rappresentano la miglior strategia possibile per sopravvivere in un  mondo che ci sembra ostile: è quindi un piano di vita, creato in base alle nostre reazioni emozionali rispetto a come ci è stato presentato il mondo.

   A prima vista può sembrare qualcosa di terribile, una specie di camicia di forza, di binario ineluttabile che condiziona tutte le esperienze della vita. Ma in realtà Berne assicura che abbiamo la possibilità di SCEGLIERE come continuare a costruire la nostra identità, cioè possiamo evolvere le nostre capacità di risposta.

   Questo percorso di consapevolezza, scelta di nuove modalità di porsi nel mondo e conseguente trasformazione del proprio agito, è acutamente rappresentato nel film, capolavoro di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole.

   La trama è presto detta: con il pretesto di un viaggio in macchina, intrapreso per andare a Lund a ritirare un prestigioso premio alla sua carriera di medico, l’anziano protagonista affronta per la prima volta i ricordi dell’infanzia, la centralità degli affetti, il vero significato della vita e della morte.

   Lascio però che sia il protagonista a presentarsi da solo.

   Il lungo percorso in macchina in compagnia della nuora e di altri personaggi incontrati durante il tragitto, in una continua alternanza tra realtà, sogni che gli fanno rivivere momenti significativi della sua vita famigliare e fantasie para-oniriche, vede l’anziano medico passare attraverso un processo di riflessione sulla sua vita e di presa di consapevolezza di quanto il suo atteggiamento di negazione della dimensione affettiva lo abbia portato a quella che è la sua paura-condanna maggiore: la solitudine. Il viaggio a Lund diventa così una splendida metafora del viaggio dentro se stesso, che lo condurrà a una sorta di catarsi spirituale e al tentativo di un cambiamento della sua vita.

   Isak Borg è un professionista stimato da molta gente ma, per chi vive accanto a lui, dietro questa facciata di bonarietà e modi gentili si cela un uomo egoista, gelido e sordo al sentire degli altri (come emerge da uno dei dialoghi iniziali con la nuora Marianne).

   È molto importante notare lo sguardo attonito di Isak alle parole della nuora: “Sì, ma la odia anche”. All’improvviso viene messa in crisi la posizione esistenziale che ha tenuto per tutta la vita: il mio comportamento, le mie idee, i miei valori sono i migliori possibili, gli altri hanno solo da imparare!

   Si accorge invece che quelli che l’hanno conosciuto da giovane o solo professionalmente, lo considerano un modello, mentre chi lo conosce da vicino percepisce la sua freddezza e anaffettività.

   Il professore per tutta la vita è stato assolutamente restio a qualsiasi cambiamento: pur non essendone soddisfatto, ha sempre ritenuto che l’attaccamento a uno stato doloroso fosse preferibile all’“ignota catastrofe” prospettata da un cambiamento. Ora però l’età lo conduce a fare un bilancio della sua esistenza ed è come se provasse un vago senso di colpa e di inadeguatezza, ben evidente nei suoi incubi, e una nostalgia per il mondo emozionale sempre represso, che finisce per idealizzare con un continuo ritornare con la memoria alla famiglia di origine.

  Ha sempre ritenuto di essere un vincitore poiché nella vita ha ottenuto fama, successo, ricchezza: in realtà poco per volta prende coscienza del fatto che il suo piano di vita (copione) è perdente e che ha vissuto e fatto vivere le persone intorno a sè senza amore e senza felicità.

Questa consapevolezza lo porta a scoprire l’area in cui ha preso decisioni perdenti e a cambiarle in decisioni vincitrici, pur riscontrando reazioni di incomprensione, stupore e non accettazione.

   Gradualmente riesce a esprimere le proprie emozioni (cambiamenti nella mimica facciale e nel tono di voce) e infine ad agirle, cioè a compiere quei gesti a cui l’emozione spinge.

   Il finale del film è molto positivo: le nostre scelte copionali sono informazioni utili riguardo al passato, ma non possono essere in alcun modo un’affermazione immutabile riguardo al futuro. Il copione è la costruzione di un’identità: per non esserne imprigionati bisogna capire che è come un vestito e non si deve scambiarlo con la propria pelle. È fondamentale quindi non limitare le nostre risorse e capire che nel corso della vita si hanno molte possibilità: in sintesi la nostra identità è un processo: si deve rimanere nel cambiamento ed evolvere le capacità di risposta.

   Isak Borg, pur essendo vecchio, riesce a fare questo e a ribaltare la posizione esistenziale che lo ha accompagnato per tutta la vita: ora vede e accoglie il valore dell’altro per quello che è.

   Finalmente si addormenta sorridente e sereno e nell’ultimo sogno  sembra recuperare anche il rapporto con i genitori a dimostrazione che ha veramente chiuso i conti rimasti in sospeso con il passato.

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A… come Ansia o come Armonia?

A... come Ansia o come Armonia?

Qual è la sensazione più comune che accompagna la nostra quotidianità?

Basta cogliere qualche frammento di conversazione sul tram, al telefono, quando si incontra un amico, per aver subito la risposta: “Sono stressato”, “Non ho tempo sufficiente per fare tutto quello che devo”, “La giornata dovrebbe essere di 36 ore!”…

Sicuramente oggi percepirsi in condizioni di stress accomuna individui che per situazione lavorativa, affettiva, sociale o di salute possono essere anche molto lontani. Questo avviene perché non è l’oggettività di un evento in sè che causa lo stress, ma il modo in cui ciascuno di noi lo vive: l’essenza dello stress è la sensazione di dover sempre tenere sotto stretto controllo gli eventi che stiamo vivendo.

Questa emozione negativa porta automaticamente a ridurre l’ampiezza dell’inspirazione e di conseguenza dell’intero ritmo respiratorio: lo stato di tensione induce a trattenere il fiato in un’istintiva reazione di difesa.

Il ripetersi di uno schema respiratorio superficiale e insufficiente genera un progressivo irrigidimento dei polmoni e dei muscoli che li circondano, producendo un preciso malessere fisico, quasi un senso di soffocamento, che genera a sua volta uno stato d’ansia. Fritz Perls, fondatore della terapia Gestalt, afferma che “l’ansia è l’esperienza della difficoltà di respirazione durante ogni eccitazione bloccata”. Insomma, siamo di fronte a un bel circolo vizioso!

A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che il nostro organismo reagisce con lo stesso schema di difesa (combatti o fuggi) di fronte a un pericolo reale o a uno immaginario: il nostro stato di allarme provoca la secrezione dei cosiddetti ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo, che contribuiscono ad accrescere e in alcuni casi a cronicizzare il nostro malessere.

Per fortuna però questo stretto collegamento tra i processi fisici e quelli mentali, che ci può mettere in difficoltà, è anche la chiave per dissolvere l’ansia e farci ritrovare un complessivo benessere: se una cattiva gestione del respiro porta a bloccarci fisicamente ed emotivamente, è opportuno imparare a divenire consapevoli di come respiriamo e, di conseguenza, a respirare in modo efficace.

Vi propongo un semplice esercizio da praticare quotidianamente, e anche più volte al giorno, quando ci accorgiamo di essere in riserva di ossigeno:

NAVIGARE NELLA PACE

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2017: un nuovo anno o un ANNO NUOVO?

2017: un nuovo anno o un ANNO NUOVO?

L’inizio di ogni nuovo anno è sempre carico di aspettative ottimistiche: auguriamo e ci auguriamo piacevoli novità. Si spera o forse si sogna che qualche avvenimento magico possa toccare, come la bacchetta di una fata, il corso della nostra vita. Si ha la vaga sensazione che iniziare il nuovo anno significhi intraprendere un nuovo viaggio. E di fatto è così, ma in che misura possiamo concorrere a determinarne le tappe e l’itinerario?

La parola chiave è “cambiamento”. Per migliorare la nostra performace in ogni campo, da quello professionale a quello relazionale, è indispensabile cambiare qualcosa nelle nostre abitudini e nel modo di agire. Il messaggio trasmesso, come un ritornello, dai più noti motivatori suona così: Le persone che fanno le cose che hanno sempre fatto, ottengono i risultati che hanno sempre ottenuto. Eppure, sembra strano, la maggior parte di noi spera di raggiungere risultati diversi senza voler introdurre alcun cambiamento.

Il fatto è che spesso cambiare fa paura. Uno dei principali motivi per cui questo ci spaventa è l’idea che per cambiare dobbiamo eliminare completamente ciò che abbiamo fatto finora e ripartire da zero. Un po’ come se dovessimo ammettere di aver sbagliato tutto, di aver fallito, di aver buttato via una marea di tempo e di energia.

Fortunatamente cambiare non vuol dire questo! Significa invece partire dal punto in cui siamo arrivati con un nuovo progetto, che richiede determinazione e la volontà di prendere atto delle proprie credenze limitanti, come primo passo per arrivare a superarle.

Consapevolezza, coraggio e volontà potrebbero tuttavia non bastare: infatti il cambiamento non è mai un prodotto, ma un processo, che trova attuazione attraverso precise tecniche e metodologie.

Louise Hay nel suo metodo Puoi guarire la tua vita ha elaborato un apposito percorso che può agevolmente essere utilizzato come mappa ricca di dettagli introspettivi e di spunti creativi.

Per Louise le quattro chiavi fondamentali del cambiamento, che coniugano teoria e pratica con l’ausilio di schede ed esercizi, sono: CONSAPEVOLEZZA, GRATITUDINE, AMORE PER SE STESSI e uso delle AFFERMAZIONI.

Il processo del cambiamento ci permette di ridisegnare gli aspetti fondamentali della nostra vita, tra cui l’autostima, le relazioni, il successo, il lavoro e la salute, tutte tematiche approfondite nei seminari e nei corsi che svolgo da parecchi anni.

Cambiare è possibile ed è un’esperienza creativa e rigenerante. Come insegna un proverbio Tuareg: Quando c’è una meta, anche il deserto diventa strada.